lunedì 7 maggio 2012

Del rotolo di carta igienica e altre amenità


Sto passando più tempo sui treni che a casa.
Sono stanca. Morta.

Un mese a Firenze per cantare (per la prima volta al Maggio Musicale fiorentino. Inchino.)
Abito in una casa piccola e lunga e stretta che fa tenerezza.

Ho comprato due pacchi di pasta e una bottiglia piccola di olio vergine d’oliva.
Ma la carta igienica no: ho deciso di portarla da casa.

E così ora sono in viaggio con due borsoni che rimangono mezzi aperti da cui spunta un bel rotolo bianco inequivocabile.

Ho visto sguardi allegri sbirciare il cilindro lungo e morbido.
Ne ho visti un paio invece molto contrariati (signora, ma che fa? Si vergogni!).
Una mamma mi guardava e cercava attorno a me il figlio annesso.

Invece il figlio, ahimè, sarà tutto il mese a casa con suo padre.
Oggi l’ho rivisto dopo 12, dico 12 giorni esatti in cui siamo stati lontani l’uno dall’altra.
Sono andata a prenderlo alla scuola materna in anticipo. Giocava in cortile con i suoi compagni.
Mi ha visto ed è corso da me.
Si è lasciato abbracciare, ma in modo pudico e trattenuto, girato di spalle.
Ed io con il mio braccio lo avvolgevo da dietro.
La mia mano appoggiata al suo cuore l’ha sentito correre come un cavallino e i miei occhi si sono riempiti di pioggia.

Mi emoziono con nulla.
A Firenze sono capitata a mangiare in un ristorante particolare: i ragazzi di sipario.
I ragazzi in questione hanno problematiche di vario tipo, ritardati, con sindrome di down, e altro.
E fanno i camerieri, i cuochi, gli aiuto cuochi, supervisionati da due dolci ragazze che sanno cogliere ogni loro tentennamento e li aiutano a riprendere il giusto corso.
Un ragazzo dal passo incerto e lo sguardo liquido è venuto a prendere la mia ordinazione; ha atteso che io compilassi un foglio prestampato e poi molto contrariato non voleva ritirarlo a causa di una mia imperfezione. Diceva “non mi ritorna, non mi ritorna.” E sarebbe andato avanti chissà quanto, forse all’infinito, se non mi fossi alzata e avessi raggiunto la tutor per chiarire che non sapevo in anticipo se avrei preso la frutta o il gelato!

Poi al mio tavolo solitario ho attirato il mitomane del momento, ma questa meriterebbe un capitolo a parte per raccontarlo (ah ben ben, lei canta – ahimé si, attendendo gli spaghetti avevo aperto lo spartito per ripassare alcuni passi – ah, dunque, posso sedermi, ma lei dove lavora. Ben ben, e conosce mia moglie… no? Ma era famosissima. Conosce Zeffirelli. Ben ben. Ah, si ha cantato in Scala. ah ben ben, allora è brava… e conosce Carla Fracci? Ah, no? ben ben, allora ora la chiamo e gliela presento. Si si, mi faccio prestare il telefono, qui mi conoscono tutti. Si… pronto? Mi passa Beppe – con una mano sulla cornetta mi dice con fare ammiccante “è la governante” – ah, non è in casa, allora riproverò. Ben ben, non erano in casa. Ma venga venga a mangiare qui, io sono sempre qui. Venga venga. Ma quando ha finito è libera? No? Mi dispiace, l’avrei portata a casa mia a farle vedere i lavori di mia moglie. Ben ben, ma la porto la prossima volta…)

Peccato. Non ci sarà una prossima volta. È bastata e avanzata la prima.

Peccato perché l’incespicare delle menti un po’ annebbiate dei ragazzi del sipario mi andavano a pennello in questi giorni di frenesia.

Fra poco cambio treno a Pisa e il cielo fuori dal finestrino si sta oscurando velocemente.

domenica 11 dicembre 2011

rosso

rosso come il colore della parete che ho deciso di dipingere nella mia camera che ancora ad oggi appare come una sala di attesa dell'aeroporto; vasta vuota spoglia caotica senza carattere estranea e pare si consumi in boccacce di scherno e superiorità.

ti dominerò io, mia brutta stanza, ti regalerò una parete rossa bellissima che ti renderà orgogliosa di mostrarla a chiunque voglia passare.
ti regalerò libri e libri e libri e una poltroncina colorata, dove riposarmi e guardare i tetti.
ti regalerò una tenda lunga e chiara che respirerà con il vento quando a primavera aprirò la finestra.

rosso come il rossetto che ho comprato pochi giorni fa.
una cosa nuova e strana per una donna che si trucca pochissimo, giusto il rimmel perchè ha le ciglia bionde che spariscono e un po' di colore rende gli occhi verdi più profondi, meno appannati.
un rossetto che adopero da tre giorni anche per andare al supermercato, sobria negli indumenti, pantaloni neri. niente orecchini, niente di aggiunto.
mi lascio vestire dal rosso delle mie labbra.

come una ferita aperta alla vista di tutti, passanti, farmacista, libraio, commesso.
una ferita che sanguina e sogghigna feroce.

come una sfida a chi non vuole prendermi sul serio.
anche io posso essere agressiva dura. anche io posso urlare e fare male.

come un bacio avvolgente caldo morbido, come una madre e una donna sicura, che con le labbra può accogliere abbracciare e baciare tutto il mondo.

qualcosa dentro di me sta profondamente mutando.
guardo e assecondo questi movimenti lenti.

stupore: chi è questa donna che sta nascendo?

sabato 3 dicembre 2011

riflessioni minime

i vetri di casa sono sporchi.
oggi che finalmente dopo giorni splende il sole li guardo avvilita.
segni di polvere e pioggia, ditate, guance, strisciate.

una cosa alla volta. per carità.

un vetro al giorno, un muro al giorno da dipingere, un'anta dell'armadio al giorno da ordinare. uno scatolone al giorno da aprire.

per carità.

già ogni cosa è difficile.
non mi voglio mettere fretta.

poi guardo il tavolino basso e la teiera rossa con le tazzine di tutti i colori e mi sento meglio.
sto andando dove avrei voluto andare.
ho bisogno di tempo.

mille volte al giorno quando guardo dalla porta finestra del balcone il mare in lontananza e il vuoto sotto vedo me che volo giù.
questa è una cosa che non mi spiego e controllo.

ho attrazione del vuoto. quando esco in balcone spesso mi devo tenere aggrappata alla ringhiera perché temo di non essere abbastanza forte a dominare l'istinto di buttarmi.
e se da dentro alzo lo sguardo fuori sul panorama e sul cielo, mille volte vedo un'ombra di me che si stacca da me e si getta.

http://www.youtube.com/watch?v=5CBzuSp6VxU&feature=related

questa era la musica della mia infanzia.

giovedì 24 novembre 2011

la scrittura è un bene che va allenato.

certo, senza nessuna pretesa particolare, solo perché sto trascurando il mio blog, la mia stanza delle parole.
e la cosa mi procura molto dispiacere e disappunto.
penso spesso - ora scrivo questa cosa che galleggia nella mia mente da ore - ma la giornata frenetica mi lascia poco spazio.
rimando.
oggi ho messo un punto.
la scrittura è un bene da allenare.
non si sa bene per che cosa, non certo per le olimpiadi.
o per scrivere un libro...
un allenamento per fluidificare i pensieri.

viaggio poco ultimamente. viaggiavo molto di più prima dell'arrivo di mio figlio. ora solo lo stretto necessario.
nei miei viaggi spesso passo da una tal stazione in cui cambio il treno.
ero con niccolò, lo scorso inverno. sul binario uno, fermi con il nostro mucchio di valigie.
squilla il telefono.
con una mano lo tengo vicino all'orecchio con l'altra riacciuffo l'anguilla che ogni secondo cerca di divincolarsi e correre non si sa bene dove.
ma il respiro si blocca in gola e il cuore inizia a spaccarsi nel petto per la violenza delle botte.
- sai quando è stata l'ultima volta che hai visto o sentito M.?
- beh, dunque, forse una settimana... che succede?
- la moglie mi ha chiamato, non riesce a rintracciarlo da due giorni, la porta di casa è chiusa, non risponde, il cellulare è spento. è molto preoccupata...

la stazione mi appare in un istante un luogo assurdo e silenzioso. c'è quell'angolo di binario, un pilone della luce, un negozio, uffici, le mie borse abbandonate sul cemento.

ogni volta che passo da quel luogo il mio corpo ricorda quella sensazione di muto dolore.

Hanno trovato M. a casa, seduto al tavolo. da due giorni senza vita.
l'aveva lasciata scivolare via nella solitudine.
non la nutriva di cibo e di calore da giorni e giorni.
non aveva chiesto aiuto, non si era scomposto negli ultimi momenti.
seduto come in una sala d'attesa. in una attesa di giustizia, di una vita che forse arriverà e che forse sarà più lieve per lui.

penso alla mia vita che ho acciuffato per i capelli.
metaforicamnete parlando.

questo riacciuffare per i capelli mi porta un'immagine nella mia testa come una cartolina anni cinquanta in bianco e nero: mia madre di cinque anni e i suoi due fratelli grandi che fanno il bagno sulla spiaggia di viserbella, vicino a rimini.
mia madre mi ha raccontato che quando era piccola la spiaggia era molto diversa da come si presenta ora.
era selvaggia e coperta di dune che la muovevano dolcemente allo sguardo, c'erano arbusti e piante spontanee, conchiglie, pezzi di legno riportati dal mare.
e il mare, come ora, da conquistare passo dopo passo aveva mille trabocchetti, buche e vortici sul fondale.
era fondamentalmente più pericolosa.
e mia madre piccina che si tuffa con i fratelli nelle onde.
poi una bolla di nulla, di acqua e sabbia, di verde marcio, di apnea e di terrore.
mia madre che cade in una buca e affonda rapidamente.
un attimo e sparisce dalla vista.
e questi capelli che per pochi istanti fluttuano sulla superfice.
poi una mano che li agguanta come un felino.
una mano come una zampata che riporta con violenza in vita, alla luce, all'aria.

questo sento in comune con mia madre.
e penso a M.
che spesso per me è stato quella mano che riacciuffa.
c'era sempre quando chiedevo aiuto. con la giacchetta di camoscio e i mocassini.
timido all'estremo: abbassava gli occhi, non parlava e schivava ogni tentativo di approccio.
guidava un taxi, un'auto modesta e vissuta.
una mattina mi ha accompagnata in stazione. era la fine del suo turno ed io portavo niccolò ancora molto piccolo legato al mio petto con una fascia turchese.
erano quasi le sei della mattina ed era provato per la lunga notte di lavoro.
era generoso e a suo modo ironico e acuto.
niccolò da piccolo lo sceglieva spesso tra le persone sedute a terra accanto a lui, per tirargli i capelli, o tirargli in testa un giochino o fargli una carezzina.
M. si emozionava e mi si incrinava un po' il cuore per questo piccolo momento di tenerezza tra questi due individui.
niccolò lo sceglieva e questo bastava per scaldare il mio - il suo - cuore.

venerdì 16 settembre 2011

il drago

il drago ha ali immense
che abbracciano tutto ciò che lo circonda.

si sbilancia sull'abisso e con forza le apre e risucchia l'aria tutto intorno.
con gesto energico si lancia sul precipizio e trascina con sé ogni elemento.

è chiaro; la pelle traslucida e la peluria bionda si bagnano immediatamente di sudore .

apre e chiude le ali e sbuffa dal naso, grugnisce versi incomprensibili mentre
goccioline di sudore schizzano attorno e si appoggiano sugli strumenti, sui leggii delle prime file.

guarda con occhi di fuoco oltre il muro del proscenio e contorce le spalle per assecondare un cambio di tempo improvviso.

ed io sono dall'altra parte, troppo lontana per ricevere gli schizzi del suo sudore, ma abbastanza vicina per respirare il fumo che lo circonda.

quattro quarti, tre quarti, una corona sul primo tempo; eccomi.
il suo gesto è la mia voce ed io canto aggrappata alle sue ali possenti.

non ho più paura.

lunedì 22 agosto 2011

l'arte della fuga

temevo di annoiarmi.
che non fossi più abituata a certi concerti impegnativi.
invece no.

di fatto quasi due ore di musica sono scivolate senza la minima fatica, anzi, con una tensione interna che aveva dell'incredibile.

"l'arte della fuga", o meglio, ai miei orecchi "l'arte della fluidità, dell'intreccio immateriale, del sospiro, della foga, del divino".
aveva un che di taumaturgico essere lì ed ascoltare i musicisti eseguire Bach.
erano belli, trasfigurati nell'arte del suonare.
la luce usciva dal loro corpo, dal loro interno - non dai faretti che avevano sull'americana sulle loro teste.
li guardavo rapita e dovevo trattenere un istinto atavico, con cui spesso combatto, di unire la mia voce alla loro musica.
mi mordevo la lingua per non rischiare di cantare, da sotto, seduta tra il pubblico, estranea tra gli estranei.
mi sono stupita che, mentre alcuni di loro eseguivano uno o più brani, gli altri a riposo tenevano (tutti) gli occhi chiusi.
ed io che invece li avevo spalancati mi sono domandata che significato potesse avere.
per cui, forzandomi un poco ho serrato gli occhi e come per magia la musica si è amplificata; riuscivo a distinguere bene le entrate dei singoli strumenti e potevo capirne gli intrecci.
la concentrazione era univoca unilaterale.
li ho riaperti quasi subito, però, perché la vista di chi in quell'istante produce il suono e plasma la musica è molto più interessante.
essere tutt'uno con uno strumento; chissà se è come per me che sono un tutt'uno con la mia voce.
si. certamente.
e chissà com'è dare voce al violino, al cembalo, alla viola da gamba e non dare voce alla voce.
la musica esce dalle dita, dalle braccia, non dalle corde vocali...

ascoltavo Bach e pensavo a cose antiche, che a volte dimentico.
mi sono ricordata di quando da poco trasferita a Milano, da studentessa, cercavo una casa da condividere.
e che avevo risposto ad un messaggio di una ragazza che cercava una inquilina.
ricordo che mi presentai nella casa dove lei già abitava e che aprì la porta; indossavamo la stessa camicia indiana, lei bianca ed io blu.
ci siamo guardate con stupore.
ci chiamavamo allo stesso modo: laura.

abbiamo vissuto insieme due anni.
due anni dolci e dolorosi.

Bach era già parte di me, allora.

ma a volte lo dimentico.
e allora bisognerebbe ricordarsi di andare più spesso ai concerti (e a teatro off course).

non dimenticare che la musica, questa musica nutre l'anima.
e la mia anima ne aveva un bisogno che non potevo nemmeno immaginare.







venerdì 12 agosto 2011

sintesi

nella nuova piccola casa - che sembra un miracolo - il mio bimbo ed io abbiam subito capito che avremmo dovuto dividere la cucina con delle piccole invadenti fastidiose formiche.

si insinuano dappertutto, spuntano dove meno te le aspetti, attirate dai resti più improbabili: gocce di olio, bricioline, cioccolato, acciughe.
ho imparato a pulire meticolosamente il lavandino, i fornelli, il ripiano.
silenziosamente le ringrazio perchè mi obbligano ad un rigore senza precedenti né cedimenti che allena vari aspetti del mio carattere, tra cui la pigrizia sempre pronta a manifestarsi subdolamente.

ieri il mio bimbo di tre anni e mezzo era seduto al tavolo ed io di spalle ripulivo i fornelli.
seguendo le peregrinazioni di una formica solitaria mi ha detto meditabondo:

- mamma, le formichine vogliono diventare le padrone della casetta.
(pausa)
- se diventano le padrone poi la casa muore.




Touché.